Depressione

Con la COVID-19 sono aumentati i casi di depressione e ansia

covid-19 depressione e ansia

Quando si parla di infezione da SARS-COV-2 si tende subito ad associare alla malattia determinati sintomi, come febbre alta, tosse, dispnea, sottovalutando un dato alquanto allarmante: con la COVID-19 sono aumentati i casi di depressione e ansia.

A tal proposito, è necessario fare una precisazione, molto importante.

Ad oggi, esistono diversi studi che attestano la relazione tra la COVID-19 e i disturbi mentali – come quelli che andremo a menzionare nel corso di questo articolo – ma si tratta, in ogni caso, di dati parziali, essendo trascorsi pochi mesi dall’inizio della Pandemia (anche se a noi sono sembrati tantissimi).

Detto questo, cerchiamo di approfondire il legame tra COVID-19, depressione e ansia, attenendoci a dati autorevoli.

COVID-19, depressione e ansia: lo scenario

Uno studio dei CDC (Centres for Disease Control and Prevention) pubblicato ad agosto del 2020 (lo trovi qui) ha segnalato che

“Le comunità hanno affrontato problemi di salute mentale legati alle attività di morbilità, mortalità e mitigazione associate a COVID-19.”

Cosa vuol dire?

Secondo gli studi effettuati, basati sulla popolazione degli Stati Uniti, gli adulti hanno riportato condizioni di salute mentale avverse notevolmente elevate associate a COVID-19.

In particolare, giovani adulti, minoranze etniche, lavoratori essenziali e caregiver non retribuiti (ovvero chi assiste familiari non autosufficienti) hanno riferito di aver sperimentato esiti di salute mentale sproporzionatamente peggiori, con conseguente aumento dell’uso di sostanze e del desiderio di togliersi la vita.

Lo scenario delineato dai CDC appare a dir poco preoccupante, soprattutto se inserito in modo adeguato nel contesto di riferimento – una pandemia globale che ha prodotto, e continua a produrre, centinaia di migliaia di decessi in tutto il mondo – e richiede un intervento molto preciso da parte dei servizi sanitari pubblici.

“La risposta della salute pubblica alla pandemia COVID-19 dovrebbe aumentare gli sforzi di intervento e prevenzione per affrontare le condizioni di salute mentale associate. Gli sforzi a livello comunitario, comprese le strategie di comunicazione sanitaria, dovrebbero dare la priorità ai giovani adulti, alle minoranze razziali/etniche, ai lavoratori essenziali e ai caregiver adulti non retribuiti.”

Depressione e ansia correlati alla COVID-19: due livelli di analisi

Il legame tra COVID-19 e sintomi di ansia e depressione va osservato attraverso due livelli di analisi differenti.

Da un lato, infatti, la pandemia è stata associata a problemi di salute mentale legati alla morbilità e alla mortalità causate dalla malattia.

Dall’altro, ci sono gli effetti diretti derivanti dalle cosiddette attività di mitigazione, ovvero il lockdown e il distanziamento fisico.

Cosa vuol dire, questo?

A provocare l’aumento dei casi di ansia e depressione associati alla malattia da SARS-COV-2 sono sia gli effetti collaterali dell’infezione sul nostro organismo, uniti alla presenza di altre patologie e condizioni cliniche in corso, ma anche lo stravolgimento che le nostre vite hanno inevitabilmente subito.

Stare a casa, lontano da amici e parenti, ridurre o rinunciare completamente ad attività ludiche, non poteva avere altro effetto se non l’aumento dei sintomi depressivi.

A questo si aggiunge la paura che tutti stiamo sperimentando, che genera uno stato d’ansia maggiore rispetto a quello al quale siamo abituati.

I risultati dello studio effettuato dai CDC

Durante lo studio effettuato dai CDC sono stati condotti alcuni sondaggi rappresentativi della popolazione adulta (a partire dai 18 anni) degli Stati Uniti, nel periodo tra il 24-30 giugno 2020.

Cosa è emerso da questi sondaggi?

  • il 40,9% degli intervistati ha riportato almeno un evento mentale avverso o condizione di salute comportamentale;
  • il 30,9% ha sperimentato sintomi di disturbo d’ansia o disturbo depressivo;
  • il 26,3% ha riportato sintomi di un disturbo da trauma e stress correlato alla pandemia;
  • il 13,3% degli intervistati ha iniziato o aumentato l’uso di sostanze per far fronte allo stress o alle emozioni legate alla COVID-19;
  • Il 10,7% degli intervistati ha riferito di aver preso seriamente in considerazione il suicidio nei 30 giorni prima del completamento del sondaggio, con una prevalenza nelle donne. Questa percentuale è stata significativamente più alta tra gli intervistati di età compresa tra 18 e 24 anni (25,5%), minoranze razziali/gruppi etnici (ispanici (18,6%), neri non ispanici (15,1%), caregiver non retribuiti (30,7%) e lavoratori essenziali (21,7%);
  • Almeno un sintomo avverso di ansia o depressione è stato segnalato da più della metà degli intervistati di età compresa tra 18 e 24 anni (74,9%) e 25-44 anni (51,9%), di etnia ispanica (52,1%) e da chi è in possesso di un titolo di studio inferiore al diploma di scuola superiore (66,2%), così come coloro che erano lavoratori essenziali (54,0%), badanti non retribuiti per adulti (66,6%) e che hanno segnalato un trattamento per ansia diagnosticata (72,7%), depressione (68,8%) o PTSD (88,0%) al momento del sondaggio.

Un aumento esponenziale dei sintomi di ansia e depressione

Secondo quanto riportato dai CDC, la prevalenza dei sintomi del disturbo d’ansia è stata di circa tre volte quella riportata nel secondo trimestre del 2019 (25,5% contro 8,1 %), mentre quella del disturbo depressivo è quasi quadruplicata (24,3% contro 6,5%).

Come abbiamo visto, questo aumento esponenziale di casi di ansia e depressione connessi alla COVID-19 è stato registrato in misura prevalente in alcune fette della popolazione, in particolare giovani, minore etniche, lavoratori essenziali e caregiver non retribuiti.

I limiti di questo studio

Purtroppo, come abbiamo accennato all’inizio, questi dati, per quanto accurati e raccolti in modo molto preciso, rappresentano solo un indicatore della situazione corrente, e vanno presi con le pinze.

A ricordare i limiti di questo studio sono i CDC stessi, che ne elenca almeno 4:

  • i casi di ansia e depressione non sono stati diagnosticati tramite una adeguata valutazione medica e specialistica, anche se, per valutare i sintomi, sono stati utilizzati strumenti di screening clinicamente convalidati;
  • i sintomi correlati a trauma e stress valutati erano comuni a più TSRD (trauma or stress-related disorder), precludendo la distinzione tra loro;
  • il comportamento relativo all’uso di sostanze è stato auto-riferito;
  • dato che l’indagine basata sul web potrebbe non essere pienamente rappresentativa della popolazione degli Stati Uniti, i risultati potrebbero avere una generalizzabilità limitata. Tuttavia, sono state applicate procedure standardizzate di screening per la qualità e l’inclusione dei dati.

Ciò detto, è evidente come la pandemia abbiamo influenzato la salute mentale di una fetta della popolazione, e questi dati ce lo confermano.

Lo sviluppo e l’implementazione di strumenti di screening specifici per COVID-19 per l’identificazione precoce dei sintomi di TSRD correlati alla malattia consentirebbero interventi clinici precoci con la conseguente prevenzione della progressione da TSRD acuta a cronica.

Il ruolo dell’Istituto Superiore di Sanità in Italia

Nel corso di questo articolo ci siamo basati sugli studi effettuati dall’ente più autorevole al mondo per quanto riguarda l’epidemiologia e la diffusione delle malattie, i CDC, relativi, però, alla popolazione statunitense.

Ma qual è la situazione in Italia, monitorata da realtà centrali nel monitoraggio della pandemia, come l’Istituto Superiore di Sanità?

In un articolo pubblicato lo scorso ottobre, dal titolo “L’impatto della pandemia COVID-19 sulla salute mentale: l’impegno in ISS”, si legge quanto segue:

“Benché in tutti i Paesi le conoscenze sull’impatto della pandemia sulla salute mentale siano ancora limitate e perlopiù derivate da esperienze solo parzialmente assimilabili all’attuale epidemia, come quelle che si riferiscono alle epidemie di SARS o Ebola, è verosimile che la domanda di interventi psicosociali aumenterà notevolmente nei prossimi mesi e anni. L’investimento nei servizi e in programmi di salute mentale a livello nazionale, che hanno sofferto per anni di limitati finanziamenti, è quindi ora più importante che mai.”

L’ISS ha condotto, commissionato o collaborato a diversi studi in questi mesi, proprio finalizzati all’analisi dell’impatto della pandemia sulla salute mentale degli italiani.

In particolare, risultano molto interessanti due studi; il primo realizzato a giugno 2020 dal Registro Nazionale Gemelli (RNG), gestito all’interno del Centro, che ha avviato un’indagine sulla popolazione di gemelli, mentre il secondo è stato condotto dal Dipartimento di Salute Mentale dell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli”.

Quest’ultimo, ad esempio, attraverso uno studio su un campione di 20.720 mila persone, ha evidenziato che

“durante il lockdown sono aumentati i livelli di ansia, depressione e sintomi legati allo stress, soprattutto nei soggetti di sesso femminile. Inoltre, la durata dell’esposizione al lockdown ha rappresentato un fattore predittivo significativo del rischio di presentare peggiori sintomi ansioso-depressivi.”

Per approfondire l’argomento, e gli studi condotti, non devi fare altro che cliccare qui e recuperare, tra le fonti, tutti i link ai vari articoli e rapporti pubblicati.

Attenzione!
Le informazioni qui riportate hanno carattere puramente divulgativo e orientativo, non sostituiscono la consulenza medica. Eventuali decisioni che dovessero essere prese dai lettori, sulla base dei dati e delle informazioni qui riportate sono assunte in piena autonomia decisionale e a loro rischio.

Articoli Correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *