Che cos’è la metacognizione in psicologia: guida completa
“Non posso insegnare niente a nessuno posso solo cercare di farli riflettere” (cit. attribuita a Socrate)
Questa celebre riflessione, attribuita a Socrate, coglie l’essenza di un processo mentale che sta al cuore dell’apprendimento e della consapevolezza umana: la metacognizione.
Spesso definita in modo sintetico come il “pensiero sul pensiero”, la metacognizione è la straordinaria capacità di osservare, comprendere e regolare i nostri stessi processi cognitivi.
È la voce nella vostra testa che, mentre leggete questa pagina, si chiede: “Sto capendo davvero? Devo rileggere?”. Quella voce è la vostra metacognizione in azione.
Non si tratta di un concetto astratto riservato agli accademici, ma di una competenza fondamentale che esercitiamo quotidianamente per imparare dai nostri errori, risolvere problemi complessi, prendere decisioni ponderate e, in ultima analisi, promuovere il nostro benessere psicologico.
Approfondiamo insieme, e cerchiamo, con questa guida completa, di esplorare in profondità il concetto di metacognizione.
Metacognizione: il “pensiero sul pensiero” in psicologia
Sebbene il termine “metacognizione” possa suonare complesso, la sua essenza descrive un’attività mentale che svolgiamo costantemente.
Il prefisso meta, di origine greca, significa “oltre” o “su”, mentre cognizione si riferisce ai processi di pensiero. La metacognizione è, letteralmente, un’attività di pensiero che si pone al di sopra degli altri pensieri, osservandoli e gestendoli.
È il dialogo interiore che ci permette di chiederci: “Ho capito davvero questo concetto?” o “Perché continuo a pensare a questa cosa?”.
Le definizioni più accettate
L’accezione più diffusa descrive la metacognizione come “pensare al proprio pensiero” o, in termini più tecnici, “cognizione della cognizione”.
John H. Flavell, uno dei pionieri in questo campo, l’ha invece definita come “la consapevolezza e il controllo che l’individuo ha dei propri processi cognitivi e dei prodotti ad essi connessi”. Questa definizione sottolinea due dimensioni fondamentali: la consapevolezza (sapere come funziona la nostra mente) e il controllo (agire su di essa).
Infine, è importante menzionare la prospettiva della Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI). Questo approccio clinico amplia la definizione, descrivendo la metacognizione come “la capacità umana di comprendere gli stati mentali, propri e altrui, riflettere su di essi e padroneggiarli”. Qui, il concetto si estende anche alla sfera sociale e relazionale.
Questa capacità di auto-osservazione e regolazione non è una scoperta recente, ma affonda le sue radici in decenni di ricerca sulla psicologia dello sviluppo e dell’apprendimento.
Breve storia della metacognizione
Comprendere le radici storiche della metacognizione ci aiuta ad apprezzarne la portata e l’evoluzione.
Anche se le riflessioni sulla mente risalgono all’antichità, lo studio scientifico della metacognizione è relativamente recente e si è sviluppato a partire dalla seconda metà del XX secolo.
I precursori
Già negli anni ’50 e ’60, il lavoro di Jean Piaget sull’egocentrismo infantile può essere considerato un precursore. Piaget osservò sistematicamente la difficoltà dei bambini più piccoli nel cogliere punti di vista (percettivi, cognitivi ed emotivi) diversi dal proprio. Questa incapacità di differenziare la propria prospettiva da quella altrui rappresenta, in un certo senso, un deficit metacognitivo primario, ovvero l’incapacità di riflettere sul fatto che la propria prospettiva mentale non è l’unica esistente.
La nascita del termine
Il termine “metacognizione” fu coniato ufficialmente all’inizio degli anni ’70 da John H. Flavell.
A seguito dei suoi studi sulla “metamemoria” – ovvero la conoscenza che i bambini in età prescolare avevano delle proprie capacità mnemoniche – Flavell iniziò a sistematizzare l’idea che le persone possiedono conoscenze specifiche sui propri processi mentali.
L’evoluzione verso l’autoregolazione
Successivamente, un altro contributo fondamentale venne da Ann Brown, che spostò l’attenzione sugli aspetti più attivi e procedurali.
Brown si concentrò sui processi di autoregolazione e controllo esecutivo, evidenziando come la metacognizione non sia solo “sapere”, ma anche “saper fare”: pianificare, monitorare e valutare attivamente le proprie attività cognitive.
Da queste fondamenta, il concetto si è evoluto in modelli più complessi che ne descrivono le diverse componenti strutturali, distinguendo nettamente tra ciò che sappiamo sulla nostra mente e come la gestiamo attivamente.
Le componenti strutturali della metacognizione
Per comprendere appieno come funziona la metacognizione, è utile scomporla nelle sue due macro-componenti interconnesse, come proposto dai modelli di Flavell e, successivamente, da Schraw e Dennison.
Da un lato, abbiamo il “magazzino” delle nostre conoscenze sulla cognizione; dall’altro, il “pannello di controllo” che usiamo per gestirla.
Conoscenza metacognitiva: cosa si sa sulla propria mente
La conoscenza metacognitiva (in inglese, knowledge of cognition) rappresenta tutto ciò che un individuo sa o crede riguardo al funzionamento della propria mente e ai fattori che influenzano le sue prestazioni cognitive.
È la nostra “teoria” personale su come impariamo, ricordiamo e risolviamo problemi. Questa conoscenza si articola in tre categorie principali:
- conoscenza dichiarativa: è la conoscenza su di sé come discente e sui fattori che influenzano le proprie prestazioni. Include la consapevolezza dei propri punti di forza e di debolezza;
- conoscenza procedurale: riguarda la conoscenza su come si eseguono determinati compiti cognitivi. Comprende la conoscenza delle strategie e delle procedure che si possono applicare per raggiungere un obiettivo;
- conoscenza condizionale: è la conoscenza su quando e perché utilizzare determinate strategie. Questa è la forma più sofisticata di conoscenza, poiché permette di scegliere la strategia più adatta al contesto e allo scopo specific.
Possedere queste conoscenze è il primo passo, ma la loro efficacia dipende dalla capacità di utilizzarle attivamente per guidare il proprio pensiero, ovvero dalla regolazione metacognitiva.
Regolazione metacognitiva: come si controlla la mente in azione
La regolazione metacognitiva (Regulation of Cognition) è il braccio operativo della metacognizione. Non si tratta più di ciò che sappiamo, ma di ciò che facciamo per orchestrare e controllare i nostri processi di pensiero, specialmente durante un compito complesso.
Ann Brown è stata una delle principali studiose a focalizzarsi su questi meccanismi di controllo esecutivo, che possono essere suddivisi in tre processi sequenziali:
- pianificazione: questo processo si attiva prima di iniziare un compito. Include la definizione chiara degli obiettivi da raggiungere, la selezione delle strategie più appropriate e l’allocazione delle risorse necessarie (come il tempo e l’attenzione). Ad esempio, prima di studiare un capitolo, uno studente con buone capacità di pianificazione si chiede: “Quali sono i concetti chiave da imparare? Quanto tempo ho a disposizione? Quale strategia di studio userò?”;
- monitoraggio: si tratta della consapevolezza e della verifica dei propri progressi durante l’esecuzione del compito. È un controllo in tempo reale che permette di valutare se la strategia scelta sta funzionando e se la comprensione è adeguata. Porsi domande come “Sto capendo quello che leggo?”, “Sono ancora concentrato?” o “A che punto sono rispetto al mio piano?” sono esempi di monitoraggio efficace;
- valutazione: questo processo avviene dopo aver completato il compito. Consiste nella riflessione sui risultati ottenuti e sull’efficacia del proprio operato. Permette di analizzare i successi e gli errori, di capire perché una certa strategia ha funzionato o meno, e di adattare il proprio approccio per compiti futuri. Domande come “Ho raggiunto l’obiettivo che mi ero prefissato?” o “Cosa potrei fare di diverso la prossima volta?” sono al centro della valutazione.
Questi processi di gestione della propria mente non operano nel vuoto, ma sono profondamente intrecciati con la nostra capacità di comprendere la mente degli altri e di gestire le nostre emozioni.
L’interconnessione tra metacognizione, emozioni e teoria della mente
La metacognizione non è un’abilità puramente fredda o logico-razionale. Al contrario, è intrinsecamente legata alla nostra vita emotiva e alla nostra capacità di entrare in relazione con gli altri.
Per funzionare efficacemente, deve tenere conto sia degli stati interni affettivi sia della prospettiva altrui.
Un concetto strettamente correlato è la Teoria della Mente (ToM), definita come la capacità di attribuire stati mentali – come credenze, desideri, intenzioni ed emozioni – a sé stessi e agli altri, e di comprendere che gli altri hanno stati mentali diversi dai propri per poterne comprendere e prevedere il comportamento.
La relazione tra i due concetti è profonda: la ToM può essere vista come l‘applicazione esterna delle abilità metacognitive. Mentre la metacognizione è l’uso dell’autoriflessività per comprendere la propria mente, la ToM utilizza gli stessi principi riflessivi per modellare e comprendere la mente degli altri. Si tratta di un meccanismo cognitivo unificato che ci permette di navigare sia il nostro mondo interiore sia il panorama sociale.
In questo quadro, le emozioni giocano un ruolo cruciale. Una funzione metacognitiva chiave è l’identificazione emotiva, ovvero la capacità non solo di provare emozioni, ma anche di riconoscerle, etichettarle e riflettere sulle loro cause e conseguenze, sia in noi stessi (autoriflessività) che negli altri (comprensione della mente altrui). Saper pensare sulle proprie emozioni è essenziale per l’autoregolazione emotiva e per padroneggiare la sofferenza soggettiva.
Questa visione integrata della metacognizione come abilità cognitivo-affettiva trova la sua applicazione più evidente in uno dei contesti in cui è più studiata: l‘apprendimento.
Metacognizione e apprendimento: strategie per studiare meglio
La metacognizione è una delle competenze più potenti per il successo accademico e lo sviluppo di un apprendimento che duri per tutta la vita. Essa trasforma lo studente da un semplice recettore passivo di informazioni a un protagonista attivo e consapevole del proprio percorso formativo.
Chi possiede buone abilità metacognitive non si limita a studiare, ma impara a imparare.
I benefici dell’applicazione della metacognizione nell’apprendimento sono molteplici e ben documentati, e comprendono i seguenti:
- promuove l’apprendimento autoregolato: rende gli studenti capaci di gestire il proprio studio in modo indipendente (self-regulated learning), stabilendo obiettivi, scegliendo le strategie adatte e valutando i propri progressi senza la necessità di una supervisione costante;
- aumenta la fiducia e l’autoefficacia: saper affrontare un compito in modo strategico trasforma la frustrazione e il senso di impotenza (“Non ci riesco, sono stupido”) in un approccio costruttivo e orientato alla soluzione (“Questa strategia non funziona, devo provarne un’altra”);
- sviluppa il pensiero critico: la metacognizione incoraggia a non accettare passivamente le informazioni, ma a valutarle, a porsi domande sulla propria comprensione e a identificare le lacune nelle proprie conoscenze, favorendo un approccio più profondo e critico;
- permette di correggere la rotta: uno studente metacognitivamente consapevole riconosce quando le sue strategie di studio non stanno producendo i risultati sperati e sa come aggiustare il tiro, cercando nuove risorse o modificando il proprio metodo di lavoro.
Per sviluppare queste abilità, è possibile adottare una serie di strategie pratiche che ricalcano i processi di regolazione visti in precedenza.
Strategie metacognitive efficaci (pianificazione, monitoraggio e valutazione)
Applicare la metacognizione allo studio significa tradurre i concetti di pianificazione, monitoraggio e valutazione in azioni concrete. Ecco un manuale pratico per farlo.
- Strategie di pianificazione (prima di studiare): lo scopo è preparare il terreno per un apprendimento efficace:
- definire obiettivi chiari: invece di un vago “devo studiare storia”, porsi un obiettivo specifico come “oggi devo capire le cause della Prima Guerra Mondiale e saperle riassumere”;
- scomporre il compito: suddividere un incarico grande (es. preparare un esame) in sotto-obiettivi più piccoli e gestibili (es. studiare un capitolo al giorno, fare un riassunto, esercitarsi);
- scegliere le strategie adeguate: chiedersi: “Qual è il modo migliore per affrontare questo materiale? Una mappa concettuale? Un riassunto scritto? Ripetere ad alta voce?”;
- prevedere le difficoltà: valutare in anticipo quali parti del compito potrebbero essere più difficili e pianificate come superarle.
- Strategie di Monitoraggio (durante lo studio): lo scopo è controllare la propria comprensione e mantenere la rotta:
- porsi domande di autoverifica: fermarsi periodicamente e chiedersi attivamente: “Sto capendo davvero questo concetto? Sarei in grado di spiegarlo a qualcun altro?”;
- praticare l’autovalutazione: svolgere esercizi o rispondete a domande per verificare il livello di apprendimento in tempo reale;
- controllare la concentrazione: notare quando la mente vaga e applicare strategie per riportare l’attenzione sul compito, come fare una breve pausa o cambiare attività;
- identificare le lacune: riconoscere attivamente i punti che non sono chiari per cercare chiarimenti o risorse aggiuntive.
- Strategie di valutazione (dopo aver studiato): lo scopo è riflettere sul processo per migliorare in futuro:
- confrontare il risultato con gli obiettivi iniziali: chiedersi: “Ho raggiunto l’obiettivo che mi ero prefissato all’inizio?”;
- analizzare gli errori: non vedete gli errori come fallimenti, ma come opportunità di apprendimento. Chiedetevi: “Perché ho fatto questo errore? Quale concetto non avevo capito bene?”;
- valutare l’efficacia delle strategie: riflettete su cosa ha funzionato e cosa no. “La mappa concettuale mi è stata utile? La prossima volta dovrei dedicare più tempo agli esercizi?”.
Queste tre fasi non sono compartimenti stagni, ma compongono un processo ciclico e continuo. Le intuizioni ottenute dalla Valutazione di un compito diventano le fondamenta per la Pianificazione del successivo, creando un potente circolo virtuoso di feedback che alimenta l’apprendimento per tutta la vita.
Mentre un corretto funzionamento di questi processi è la chiave per l’apprendimento, una loro disfunzione può avere un impatto significativo sulla salute mentale, portando al centro del dibattito clinico.
La metacognizione nella clinica psicologica: disfunzioni e disturbi psicologici
Un’alterazione delle capacità metacognitive non è solo un ostacolo all’apprendimento, ma è riconosciuta come un fattore cruciale nello sviluppo e nel mantenimento di diversi disturbi psicologici.
Quando la capacità di riflettere sui propri stati mentali in modo flessibile e accurato è compromessa, le persone possono rimanere intrappolate in circoli viziosi di pensiero ed emozione che alimentano la sofferenza.
Mentre la Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI) si concentra sui deficit metacognitivi come elemento centrale dei disturbi di personalità, la Terapia Metacognitiva (MCT) di Wells si focalizza su uno specifico stile di pensiero disfunzionale (il CAS) che mantiene in vita disturbi come ansia e depressione.
Le disfunzioni metacognitive sono considerate un elemento centrale in diverse condizioni psicopatologiche:
- nei disturbi di personalità, secondo il modello della Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI), i deficit nella capacità di comprendere e riflettere sugli stati mentali propri e altrui sono uno degli ingredienti fondamentali che definiscono il disturbo;
- nei disturbi d’ansia (in particolare il disturbo d’ansia generalizzato), nel disturbo ossessivo-compulsivo (DOC), nel disturbo da stress post-traumatico (PTSD) e nella depressione maggiore, il problema non risiede tanto nel contenuto dei pensieri negativi, quanto negli stili di pensiero rigidi e ripetitivi con cui la persona reagisce ad essi.
Proprio per affrontare specificamente queste disfunzioni, sono stati sviluppati approcci terapeutici mirati, tra cui spicca la succitata terapia metacognitiva di Adrian Wells.
La terapia metacognitiva (MCT) di Adrian Wells e il Modello CAS
La terapia metacognitiva (MCT), sviluppata principalmente dallo psicologo britannico Adrian Wells, rappresenta un’evoluzione significativa rispetto agli approcci cognitivi tradizionali.
La sua premessa fondamentale è rivoluzionaria: la sofferenza psicologica non è causata direttamente dal contenuto dei pensieri negativi, ma dallo stile di pensiero con cui reagiamo a questi pensieri.
Al centro del modello di Wells c’è il concetto di Sindrome Cognitivo-Attentiva (CAS). Il CAS non è un disturbo, ma un pattern di pensiero ripetitivo e disfunzionale che si attiva in risposta a pensieri ed emozioni negative. Include processi come:
- preoccupazione: catene di pensieri negativi orientate al futuro;
- ruminazione: pensiero ricorrente focalizzato sul passato, sulle cause e sui significati di un evento negativo;
- monitoraggio della minaccia: tendenza a focalizzare l’attenzione su potenziali pericoli interni o esterni;
- strategie di coping inefficaci: come la soppressione del pensiero o l’evitamento, che paradossalmente rafforzano il problema.
In sostanza, il CAS è come far girare il motore della mente a vuoto su un problema, consumando enormi quantità di energia mentale senza mai inserire la marcia per andare da qualche parte.
Esso è guidato e mantenuto dalle credenze metacognitive, ovvero le idee che una persona ha sui propri pensieri. Queste si dividono in due categorie:
- credenze metacognitive positive: convinzioni sull’utilità del CAS. Ad esempio: “Preoccuparmi mi aiuta a essere preparato e a risolvere i problemi” o “Ruminare mi aiuterà a capire perché mi sento così”. Queste credenze spingono la persona a iniziare e perseverare nel CAS;
- credenze metacognitive negative: convinzioni sulla pericolosità e l’incontrollabilità dei propri processi mentali. Ad esempio: “La mia preoccupazione è fuori controllo e mi farà impazzire” o “Non posso smettere di pensare a questa cosa”. Queste credenze trasformano il CAS in una fonte di angoscia e lo rendono difficile da interrompere.
L’obiettivo della terapia non è quindi discutere la validità dei pensieri negativi, ma modificare questa dinamica disfunzionale.
Strategie Terapeutiche: dal modo oggetto al modo metacognitivo
L’obiettivo terapeutico centrale della Terapia Metacognitiva (MCT) è promuovere un cambiamento fondamentale nel modo in cui i pazienti si relazionano con i propri pensieri, emozioni e sensazioni. Si tratta di guidarli da una modalità di fusione con i propri contenuti mentali a una di osservazione consapevole.
Questo passaggio viene descritto attraverso il contrasto tra due modi di relazionarsi ai pensieri:
- modo oggetto: è la modalità in cui tendiamo a fonderci con i nostri pensieri, trattandoli come fatti oggettivi e rappresentazioni fedeli della realtà. In questo modo, il pensiero “Sono un fallito” non è visto come un evento mentale, ma come una verità su di sé. Questa fusione è ciò che innesca la sofferenza emotiva e attiva la Sindrome Cognitivo-Attentiva (CAS);
- modo metacognitivo: è la capacità di fare un passo indietro e osservare i propri pensieri come semplici eventi mentali interni, separati da sé e dalla realtà esterna. In questo modo, il pensiero “Sono un fallito” diventa: “Sto avendo il pensiero di essere un fallito”. Questa distanza critica permette di vedere i pensieri per quello che sono – prodotti transitori della mente – senza esserne sopraffatti.
A differenza della Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC) tradizionale, la MCT non sfida il contenuto dei pensieri negativi. Il cambiamento di prospettiva è radicale.
Mentre la TCC chiede al paziente di sfidare il pensiero “Sono un fallito” domandando “Quali sono le prove che questo pensiero sia vero?”, la MCT chiede “È utile per te continuare a rimuginare sul pensiero ‘Sono un fallito’ per ore?”.
La MCT sposta il focus dalla veridicità del pensiero alla funzionalità del processo. L’intervento mira a interrompere il CAS e a modificare le credenze metacognitive che lo alimentano. Una delle tecniche chiave utilizzate per promuovere il modo metacognitivo è la Detached Mindfulness (Mindfulness Distaccata), che insegna a prendere coscienza dei pensieri senza impegnarsi in essi, lasciandoli semplicemente fluire.
La capacità di osservare e regolare la propria mente, così cruciale in ambito clinico, si rivela essere una risorsa preziosa per chiunque desideri navigare le complessità della vita quotidiana.
Conclusioni
In questa guida abbiamo scoperto che la metacognizione, il “pensiero sul pensiero”, è una capacità psicologica di fondamentale importanza.
Abbiamo visto come si articoli nelle sue componenti di conoscenza (ciò che sappiamo sulla nostra mente) e regolazione (ciò che facciamo per gestirla), e come la sua applicazione pratica sia trasversale a contesti apparentemente distanti come l’apprendimento autonomo e la psicoterapia dei disturbi emotivi.
La capacità di pianificare, monitorare e valutare i propri processi cognitivi trasforma l’apprendimento in un’avventura consapevole, mentre la capacità di osservare i propri pensieri come eventi mentali, anziché come fatti ineluttabili, è la chiave per spezzare i cicli di sofferenza psicologica.
Tuttavia, ridurre la metacognizione a una mera tecnica per lo studio o a uno strumento clinico sarebbe limitante. Al di là di questi ambiti specifici, la metacognizione è uno strumento essenziale per l’adattamento, il problem-solving e la presa di decisioni in ogni aspetto della vita quotidiana.
È la capacità che ci permette di riflettere sui nostri errori, di comprendere le prospettive altrui, di regolare le nostre reazioni emotive e di scegliere consapevolmente i nostri comportamenti invece di reagire d’impulso.
Sviluppare la consapevolezza dei nostri processi mentali, quindi, non solo migliora le prestazioni e la salute mentale, ma arricchisce profondamente l’esperienza umana.
Ci dota di una maggiore flessibilità, adattabilità e resilienza, fornendoci le risorse interiori per affrontare le sfide della vita non come vittime passive degli eventi, ma come agenti attivi e consapevoli del nostro mondo interiore. In definitiva, imparare a “pensare sul pensiero” non è solo una tecnica, ma l’incarnazione del principio socratico: non un accumulo di nozioni, ma l’attivazione della mente come il più potente strumento di crescita che possediamo.
Domande frequenti (FAQ)
La metacognizione è una capacità innata o si può sviluppare?
La metacognizione si sviluppa fin dall’infanzia, attorno ai 3-4 anni, sebbene inizialmente in modo inconsapevole. La ricerca indica che le abilità metacognitive possono essere allenate e sviluppate, consentendo agli individui di imparare a gestire le proprie risorse e a migliorare i punti deboli nei processi cognitivi. Promuoverla aiuta gli studenti a diventare pensatori e decisori migliori, aumentando la loro auto-efficacia.
Qual è la differenza tra metacognizione e mentalizzazione o Teoria della Mente (ToM)?
La Teoria della Mente (ToM) è tradizionalmente definita come l’abilità di attribuire stati mentali (pensieri, credenze, desideri) a sé e agli altri, per comprendere e predire il comportamento umano. La Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI) distingue la metacognizione dalla mentalizzazione (ToM): quest’ultima è vista come una capacità globale legata al sistema di attaccamento, mentre la metacognizione è un insieme di sottofunzioni che possono operare in modo semi-indipendente in tutti i sistemi motivazionali.
Che cos’è il rimuginio e come è legato alla metacognizione?
Il rimuginio è una catena di pensieri negativi, spesso verbali, focalizzati sul futuro e sull’anticipazione di potenziali minacce. Questo stile di pensiero disfunzionale, insieme alla ruminazione, è una componente chiave della Sindrome Cognitivo-Attentiva (CAS). È mantenuto attivo da specifiche credenze metacognitive, positive (che ne percepiscono l’utilità) o negative (che ne percepiscono la pericolosità o incontrollabilità).
Quali sono le sottofunzioni dell’Autoriflessività?
L’autoriflessività si compone di diverse sottofunzioni: il monitoraggio (che include l’identificazione di pensieri ed emozioni e la relazione tra Variabili per i nessi causali). Comprende inoltre la differenziazione, ovvero la capacità di assumere distanza critica dalle proprie convinzioni vedendole come ipotesi; e l’Integrazione, che consiste nel mantenere una visione unitaria del sé nel tempo, nonostante stati mentali contraddittori.
A cosa serve la padronanza nella metacognizione?
La padronanza è un processo metacognitivo di controllo che consiste nell’utilizzare intenzionalmente e consapevolmente le conoscenze psicologiche. La sua funzione principale è quella di prendere decisioni, formulare strategie per fronteggiare la sofferenza soggettiva e risolvere problemi o conflitti interpersonali. Le strategie di Mastery sono suddivise in tre livelli, differenziandosi per complessità ed efficacia crescente.
Fonti
- Metacognition: The importance of thinking about one’s thinking – Online Engagement and Teaching Hub, Western Sydney University;
- What is metacognition and what does it have to do with worry and rumination?, Lawson Clinical Psychology;
- Metacognition – The Decision Lab;
- What Is Metacognition? How Does It Help Us Think?, Psychology Today;
- Metacognizione nei Disturbi di Personalità: il contributo della Terapia Metacognitiva Interpersonale, State of Mind;
- Metacognizione: l’auto-osservazione del pensiero – GuidaPsicologi.it;
- Teoria Della Mente, Metacognizione, Emozioni/Affetti: Quali Legami?, Giulia Cavalli, Olga Liverta Sempio, Antonella Marchetti, Ricerca Psicoanalitica;
- Che cos’è la Terapia Metacognitiva, Edizioni Centro Studi Erickson;
- La terapia metacognitiva interpersonale: le disfunzioni metacognitive, Istituto A.T. Beck;
- Terapia metacognitiva – IPSICO, Firenze;
- Funzioni metacognitive, stili di attaccamento e dimensioni patologiche, Uberta Ganucci Cancellieri et al., Cognitivismo Clinico;
- Avviamento alla metacognizione, Edizioni Centro Studi Erickson.
Attenzione!
Le informazioni qui riportate hanno carattere puramente divulgativo e orientativo, non sostituiscono la consulenza medica. Eventuali decisioni che dovessero essere prese dai lettori, sulla base dei dati e delle informazioni qui riportate sono assunte in piena autonomia decisionale.