In cosa consiste la teoria polivagale

teoria polivagale

La teoria polivagale offre un modello rivoluzionario che illumina l’intima connessione tra il nostro sistema nervoso, le nostre emozioni e le nostre interazioni sociali

Più che una semplice teoria, essa ci fornisce una nuova e profonda prospettiva per comprendere il benessere, lo stress e il trauma, svelando un principio fondamentale: la ricerca di sicurezza non è un desiderio psicologico, ma un imperativo biologico radicato nel nostro DNA. 

Questo bisogno primario modella la nostra esistenza, spiegando come il nostro corpo, ben al di sotto della soglia della coscienza, interpreti costantemente il mondo. In base a questa valutazione implicita, il nostro stato fisiologico si modifica per supportare la connessione o la difesa, plasmando non solo come ci sentiamo, ma anche le storie che raccontiamo su noi stessi e sulla realtà.

Chi ha elaborato la teoria polivagale?

La teoria polivagale è un modello neurofisiologico che descrive l’architettura e la funzione del nostro Sistema Nervoso Autonomo. È stata elaborata dallo psichiatra e neurofisiologo americano Stephen W. Porges e presentata per la prima volta alla comunità scientifica nel 1994. 

Il suo contributo fondamentale è stato quello di chiarire come il nostro sistema nervoso risponda agli stimoli di sicurezza o di pericolo presenti nell’ambiente, determinando in modo automatico e involontario non solo le nostre sensazioni fisiche, ma anche le narrazioni che costruiamo sulla realtà. 

In sostanza, la nostra biologia precede e modella la nostra psicologia.

Il ruolo centrale del Sistema Nervoso Autonomo (SNA)

Il protagonista assoluto della teoria polivagale è il Sistema Nervoso Autonomo (SNA). Per comprendere la teoria, è essenziale collocarlo correttamente. 

Il sistema nervoso umano si suddivide in Centrale (cervello e midollo spinale) e Periferico. Quest’ultimo si articola a sua volta in:

  • Sistema Nervoso Somatico: associato al controllo volontario dei movimenti muscolari.
  • Sistema Nervoso Autonomo (SNA): agisce in modo involontario per regolare le funzioni corporee essenziali alla sopravvivenza, come la frequenza cardiaca, il respiro, la digestione e le risposte sessuali.

È proprio il SNA che orchestra le nostre risposte istintive alle sfide della vita, agendo come una piattaforma su cui si costruiscono le nostre esperienze emotive e relazionali.

Perché si chiama teoria polivagale?

Il termine “polivagale” deriva direttamente dal protagonista di questa teoria: il nervo vago, il decimo dei dodici nervi cranici.

Più nel dettaglio, la parola poli deriva dal greco polys, che significa “molto”. Questo prefisso indica che il nervo vago non è un singolo percorso, ma una complessa famiglia di circuiti neurali diversi.

Vagale, invece, si riferisce al suo percorso “vagante” (vagus in latino significa vagabondo), che si estende dalla base del cranio, attraversa il torace e scende fino agli organi addominali, innervando cuore, polmoni, laringe, faringe e gran parte dell’apparato digerente.

La scoperta rivoluzionaria di Porges è stata l’individuazione di due rami principali del nervo vago, distinti per origine evolutiva, struttura e funzione. Questa distinzione segna un punto di svolta che distingue i mammiferi dai loro antenati rettili

L’innovazione chiave è stata una migrazione ventrale dei neuroni cardioinibitori dal nucleo motore dorsale (DMNX) al nucleo ambiguo (NAmb). Questo ha dato origine ai due rami:

  • il vago-ventrale: un circuito più recente, le cui fibre sono mielinizzate (cioè ricoperte da una guaina che permette una trasmissione dei segnali rapida ed efficiente). Innerva gli organi sopra-diaframmatici, come cuore e polmoni, ed è il substrato neurobiologico della regolazione sociale;
  • il vago-dorsale: un circuito molto più antico, con fibre prevalentemente non mielinizzate (più lente). Innerva gli organi sotto-diaframmatici, come stomaco, fegato e intestino, ed è associato a risposte di conservazione energetica e difesa estrema.

Questa nuova comprensione del nervo vago ha permesso di superare il modello tradizionale del Sistema Nervoso Autonomo, aprendo la strada a una visione molto più ricca e sfumata delle nostre risposte biologiche.

Il superamento del paradigma classico del SNA

Per decenni, la nostra comprensione del SNA è stata dominata da una visione dualistica. La teoria polivagale ci costringe a superare questo paradigma, mostrando come le nostre risposte non siano il risultato di una semplice competizione tra attivazione e quiete

Essa introduce un modello gerarchico e filogenetico, che spiega con straordinaria precisione perché reagiamo in modi specifici e prevedibili di fronte al pericolo

Questo modello si fonda su un meccanismo neurofisiologico preciso, il “common cardiopulmonary oscillator” nel tronco encefalico, che coordina il ritmo cardiaco e respiratorio, dimostrando che le nostre risposte autonomiche sono un segnale centrale del cervello, non un semplice artefatto meccanico.

Il modello classico (Simpatico e Parasimpatico) e i suoi limiti

Il paradigma classico descriveva il SNA come un sistema a due branche in competizione:

  • Sistema Simpatico: responsabile dell’attivazione e della mobilizzazione, noto per le risposte di “attacco o fuga” (fight or flight). Prepara il corpo all’azione aumentando la frequenza cardiaca e la pressione sanguigna;
  • Sistema Parasimpatico: tradizionalmente associato al suo opposto, ovvero al rilassamento, alla quiete e al recupero dell’omeostasi. È il sistema del “riposo e digestione” (rest and digest).

Sebbene utile, questo modello è incompleto. Non riesce, ad esempio, a spiegare l’intera gamma delle risposte umane, in particolare gli stati di collasso o svenimento di fronte a un pericolo estremo, né le esperienze di calma e connessione che caratterizzano l’intimità, definite come immobilizzazione senza paura.

L’organizzazione gerarchica del SNA nella teoria polivagale

Il concetto più innovativo introdotto da Porges è quello di gerarchia. Le nostre risposte autonomiche non sono casuali, ma seguono un ordine preciso e prevedibile, basato sulla nostra storia evolutiva (filogenesi). 

La teoria si avvale del concetto di dissoluzione, introdotto dal neurologo John Hughlings Jackson e definito in modo potente come “evoluzione a ritroso”. Questo principio spiega che, quando ci troviamo di fronte a un pericolo, il nostro sistema nervoso disattiva i circuiti più recenti per attivare, in sequenza, quelli più antichi e primitivi.

La sequenza di attivazione difensiva segue questo percorso gerarchico discendente:

  1. Sistema Ventro-Vagale (il più nuovo).
  2. Sistema Simpatico.
  3. Sistema Dorso-Vagale (il più antico).

Il nostro corpo tenta prima la strategia più evoluta (la connessione sociale) e, solo se questa fallisce, ricorre alle opzioni più primitive (attacco/fuga e, infine, collasso). Questa architettura gerarchica è composta da tre circuiti distinti, ognuno con una funzione specifica.

L’architettura polivagale: i tre circuiti di risposta

I tre circuiti del SNA possono essere visti come piattaforme neurofisiologiche distinte, ognuna delle quali supporta risposte comportamentali, emotive e cognitive specifiche. 

Ogni circuito rappresenta una strategia di sopravvivenza che si è evoluta in epoche diverse per rispondere a differenti tipi di sfide ambientali. Comprendere la loro funzione è la chiave per decodificare le nostre reazioni istintive e viscerali al mondo. 

Per visualizzare questa gerarchia, la terapeuta Deb Dana ha introdotto la metafora della scala autonomica, un’immagine potente che ci aiuta a mappare i nostri stati interni.

Il circuito Dorso-Vagale

Questo è il nostro sistema di difesa più arcaico, emerso circa 500 milioni di anni fa. È un circuito prevalentemente non mielinizzato che condividiamo con i nostri antenati rettili.

La sua funzione è quella di rispondere a un pericolo estremo, percepito come letale, quando né l’interazione sociale né la mobilizzazione sono opzioni percorribili

La sua attivazione porta all’immobilizzazione con paura, al collasso (shut-down) o alla “finta morte” (feigned death). È l’ultima risorsa del nostro sistema di sopravvivenza. 

I sintomi associati a questo stato sono i seguenti:

  • sentirsi intorpiditi, congelati, prosciugati;
  • senso di vuoto, assenza, distacco;
  • dissociazione, sentirsi fuori dal proprio corpo;
  • essere spaventati a morte.

Il Sistema Nervoso Simpatico

Evolutosi circa 400 milioni di anni fa, questo è il secondo circuito della nostra gerarchia difensiva.

La sua funzione è quella di preparare l’organismo all’azione per fronteggiare un pericolo. La sua attivazione innesca la risposta di mobilizzazione, che si traduce nei comportamenti di attacco o fuga (fight or flight). È un sistema che richiede un’enorme quantità di energia metabolica

I sintomi, in questo caso, sono i seguenti:

  • sentirsi agitati, ansiosi, apprensivi;
  • irritabilità, rabbia, preoccupazione.

In questo stato, la dimensione della socialità e della relazione è inaccessibile, poiché tutte le risorse sono dedicate alla sopravvivenza.

Il Circuito Ventro-Vagale

Questo è il sistema più recente, emerso circa 200 milioni di anni fa. È un circuito mielinizzato, rapido ed efficiente, specifico dei mammiferi.

La sua funzione primaria, in condizioni di sicurezza, è quella di inibire l’attività del sistema simpatico attraverso un meccanismo noto come “freno del vago”, promuovendo uno stato di calma e regolazione

La sua attivazione è la base neurofisiologica per l’ingaggio sociale (social engagement), la connessione, l’intimità, il gioco e la cooperazione. 

È in questo stato che possiamo sperimentare un’immobilizzazione senza paura, come durante un abbraccio intimo o un momento di quiete condivisa. Ciò contrasta nettamente con l’immobilizzazione con paura del sistema dorso-vagale, che è una risposta di difesa estrema. 

I sintomi sono:

  • sentirsi al sicuro, fiduciosi, sereni;
  • essere curiosi e aperti alla relazione;
  • capacità di sintonizzarsi con gli altri e con il mondo.

L’esistenza di questi tre circuiti, organizzati in modo gerarchico, è governata da alcuni principi operativi fondamentali che ne spiegano il funzionamento dinamico.

I principi cardine della teoria polivagale

I tre principi cardine – gerarchia, neurocezione e co-regolazione – sono i pilastri concettuali che rendono la teoria polivagale un modello dinamico e profondamente applicabile. 

Essi non descrivono solo la struttura del sistema nervoso, ma anche i processi attraverso cui esso interagisce costantemente con il mondo e con gli altri per garantire la nostra sopravvivenza e il nostro benessere.

La gerarchia e il concetto di dissoluzione

Come già accennato, il principio della gerarchia stabilisce che il SNA attiva i suoi tre circuiti in un ordine prevedibile e inverso rispetto all’evoluzione (dal più nuovo al più antico) quando percepisce una minaccia. 

Si parte dallo stato ventro-vagale e, se la sicurezza non viene ripristinata, si “scende” lungo la scala verso la mobilizzazione simpatica e, infine, verso il collasso dorso-vagale. 

È fondamentale comprendere che anche il ritorno alla sicurezza deve seguire lo stesso percorso: per risalire dallo stato di collasso (dorso-vagale) a quello di connessione (ventro-vagale), è necessario passare attraverso la mobilizzazione e l’energia del sistema simpatico.

Neurocezione: il sistema di sorveglianza inconscio

La neurocezione è un termine coniato da Porges per descrivere “un processo neurale, distinto dalla percezione, in grado di distinguere caratteristiche ambientali e viscerali che sono sicure, pericolose o potenzialmente letali”

Questo processo pre-cognitivo e automatico agisce come un guardiano o delle “antenne” sempre attive. A livello clinico, la neurocezione spiega perché possiamo sentirci profondamente a disagio o in pericolo in una situazione che la nostra mente cosciente riconosce come sicura; è la radice biologica dell’esperienza traumatica, dove il corpo continua a segnalare una minaccia anche quando il pericolo è passato.

La neurocezione è particolarmente sensibile ai segnali non verbali che comunicano intenzione e stato emotivo. Tra i più importanti vi sono:

  • la prosodia della voce: l’intonazione, il ritmo e la melodia del parlato. Una voce calma segnala sicurezza;
  • le espressioni della parte superiore del volto: in particolare il contatto oculare e i muscoli intorno agli occhi;
  • la postura e i gesti: un corpo aperto e rilassato comunica accessibilità;
  • le frequenze sonore: il nostro sistema nervoso è predisposto a interpretare i suoni a bassa frequenza (come un ringhio) come potenziali minacce.

Co-regolazione: l’imperativo biologico della connessione

La co-regolazione è la regolazione reciproca degli stati fisiologici e autonomici che avviene tra individui. Per i mammiferi, e in modo particolare per gli esseri umani, la connessione sociale e la ricerca di sicurezza nell’altro non sono un lusso o una scelta, ma un imperativo biologico essenziale per la sopravvivenza. 

I nostri sistemi nervosi sono progettati per sintonizzarsi e influenzarsi a vicenda. Un sistema nervoso calmo può aiutare a calmare un sistema nervoso disregolato, semplicemente attraverso la presenza, la voce e lo sguardo.

Il Sistema di Ingaggio Sociale (SES) è il circuito neurale, mediato dal complesso ventro-vagale, che rende possibile la co-regolazione. Esso rappresenta un’innovazione evolutiva dei mammiferi che integra il controllo del cuore e del respiro con i muscoli del volto, della testa e della laringe. 

Nello specifico, coordina i nervi cranici V (trigemino), VII (facciale), IX (glossofaringeo), X (vago) e XI (accessorio), permettendoci di inviare e ricevere segnali di sicurezza attraverso il contatto oculare, le espressioni faccialiali e la vocalizzazione

Quando questo sistema è compromesso, in particolare a seguito di un trauma, le implicazioni cliniche sono profonde e dolorose.

Teoria polivagale e trauma

La teoria polivagale offre una cornice neurobiologica fondamentale per comprendere l’impatto devastante del trauma

Il trauma non è semplicemente un evento archiviato nella memoria; è un’impronta profonda e duratura che altera la capacità del sistema nervoso di regolare le risposte di difesa, rendendo la sicurezza un’esperienza elusiva e la connessione con gli altri una potenziale fonte di pericolo.

Quando la flessibilità autonomica è compromessa

Il Sistema Nervoso Autonomo di un individuo che ha subito un trauma perde la sua naturale flessibilità. Il sistema tende a rimanere “cristallizzato” o “bloccato” negli stati di difesa (simpatico o dorso-vagale) attivati durante l’evento traumatico. 

Di conseguenza, la capacità di neurocepire la sicurezza nel presente risulta profondamente compromessa. Anche in assenza di una minaccia reale, il sistema nervoso continua a inviare segnali di allarme

Questo stato di disregolazione cronica, noto come disautonomia, può essere misurato attraverso un indice specifico chiamato efficienza vagale, che risulta marcatamente ridotta in individui con una storia di avversità. In questa condizione, si realizza una verità clinica dolorosa: la protezione prende il posto della connessione.

I vissuti associati agli stati difensivi (Iper- e Ipo-arousal)

Gli stati di disregolazione autonomica si traducono direttamente nei sintomi clinici tipici del disturbo da stress post-traumatico (PTSD) e di altre condizioni legate al trauma.

  • Iper-arousal (attivazione simpatica): questo stato di mobilizzazione difensiva cronica è collegato a sintomi come:
  • Ipo-arousal (attivazione dorso-vagale): questo stato di collasso e spegnimento difensivo è collegato a sintomi come:
    • dissociazione, senso di irrealtà o distacco dal corpo;
    • collasso fisico ed emotivo (shut-down);
    • intorpidimento, senso di vuoto, depressione e perdita di speranza.

Il ruolo della sicurezza e della co-regolazione nella terapia

Questi concetti hanno rivoluzionato l’approccio alla psicoterapia del trauma. La teoria ci insegna che, prima di qualsiasi intervento cognitivo, il primo passo fondamentale è creare un setting terapeutico percepito come sicuro a livello neurocettivo

Questo significa coltivare un clima caldo, accogliente e rassicurante, dove il sistema nervoso del paziente possa iniziare a disattivare le risposte di difesa.

In questo contesto, il terapeuta assume il ruolo cruciale di co-regolatore. Utilizzando consapevolmente il proprio sistema nervoso regolato – attraverso una voce prosodica, uno sguardo gentile e una presenza calma e sintonizzata – il terapeuta offre al sistema nervoso del paziente segnali di sicurezza

Questo processo di co-regolazione aiuta il paziente a ritrovare uno stato di regolazione ventro-vagale, rendendo finalmente possibile il lavoro terapeutico di elaborazione e integrazione.

Strumenti operativi: come sviluppare la regolazione autonomica

Gli strumenti operativi derivati dalla teoria polivagale hanno un obiettivo chiaro: non eliminare le risposte di difesa (che sono essenziali alla sopravvivenza), ma aumentare la flessibilità del sistema nervoso

L’intento è insegnare alle persone a “risalire la scala autonomica”, permettendo loro di tornare a dimorare più spesso, e più a lungo, nello stato di sicurezza, connessione e benessere del sistema ventro-vagale.

La psicoeducazione e le mappe autonomiche

La psicoeducazione è uno strumento fondamentale. Spiegare ai pazienti il funzionamento del loro SNA li aiuta a comprendere le proprie reazioni non come un difetto, ma come risposte adattive di un sistema intelligente che ha cercato di proteggerli. Questo approccio riduce i sentimenti di vergogna e auto-giudizio.

Le mappe autonomiche sono un esercizio pratico che permette di:

  • tracciare i propri spostamenti tra i tre stati (ventro-vagale, simpatico, dorso-vagale);
  • riconoscere i fattori scatenanti (trigger) che ci fanno “scendere” lungo la scala;
  • individuare le risorse e gli indizi di sicurezza che ci aiutano a “risalire” verso la regolazione.

Tecniche bottom-up per l’attivazione ventro-vagale

Le tecniche bottom-up sono interventi che agiscono primariamente sul corpo per inviare segnali di sicurezza al cervello, bypassando l’elaborazione cognitiva. 

L’obiettivo clinico di queste pratiche è duplice: 

  1. tonificare il nervo vago, per renderlo più reattivo;
  2. ampliare la propria finestra di tolleranza allo stress, aumentando così la resilienza del sistema nervoso.

Regolazione attraverso il respiro e la vocalizzazione

Il respiro è uno dei modi più diretti per influenzare il nostro stato autonomico. In particolare, un’espirazione lunga e lenta stimola il nervo vago e attiva la risposta parasimpatica

Pratiche efficaci includono:

  • esercizi di respirazione diaframmatica;
  • il canto, il canticchiare o la vocalizzazione di suoni (come il mantra “Om”), che fanno vibrare le corde vocali e stimolano il ramo ventro-vagale.

Il contatto oculare e l’ascolto selettivo

Queste sono componenti chiave del Sistema di Ingaggio Sociale. È possibile allenare il sistema nervoso a cercare sicurezza attraverso:

  • l’uso consapevole di un contatto visivo morbido con persone di fiducia;
  • esercizi di ascolto che aiutano a sintonizzarsi sulle frequenze della voce umana, distinguendole dai rumori di fondo a bassa frequenza che possono essere neurocepiti come minacciosi.

Movimento e pratiche mindfulness

Il movimento consapevole aiuta a rilasciare le tensioni fisiche associate agli stati di difesa. Pratiche come lo yoga e la mindfulness sono particolarmente potenti. 

Esempi specifici sono:

  • lo stretching pandicolare, come lo “stretching del leone”, che coinvolge l’allungamento e lo sbadiglio per resettare il sistema nervoso;
  • l’uso di asana (posizioni yoga) per aiutare il corpo a trovare un equilibrio tra attivazione e rilassamento;
  • le immersioni guidate in mindfulness, che aiutano a sviluppare una percezione interna (interocezione) dei propri stati autonomici, migliorando la capacità di riconoscerli e regolarli.

Domande frequenti (FAQ)

La teoria polivagale è una terapia?

La teoria polivagale è un modello neurofisiologico elaborato da Stephen Porges che fornisce una cornice per comprendere le risposte del Sistema Nervoso Autonomo agli input di sicurezza o pericolo. Non è una terapia in sé, ma la sua comprensione informa gli approcci clinici (terapie Polyvagal-informed) e guida i professionisti della salute mentale nel ridefinire il disagio. Essa incoraggia azioni di tipo multimodale che affianchino la dimensione somatica a quella emotiva e cognitiva.

In che modo il trauma riguarda il corpo e la fisiologia?

Le esperienze traumatiche innescano una risposta neurofisiologica automatica che avviene in modo pre-cognitivo, al di sotto della coscienza. Il trauma altera la naturale flessibilità del Sistema Nervoso Autonomo, lasciandolo bloccato negli stati difensivi di iper- o ipo-arousal (fight/flight o freeze/shutdown). La persona, anche in assenza di pericolo attuale, continua ad avere una neurocezione compromessa, percependo una minaccia a livello corporeo.

Cosa possono fare le persone per attivare il nervo vago?

Per stimolare il nervo vago e promuovere lo stato ventro-vagale di calma e sicurezza si utilizzano interventi bottom-up. Tra questi vi sono la respirazione diaframmatica lenta (in particolare l’espirazione lunga) e l’uso della vocalità, come il canto o il chanting. Anche pratiche come lo yoga, la meditazione mindfulness e l’impegno in connessioni sociali positive aiutano a regolare il sistema nervoso, tonificando il vago.

Cosa si intende per “vagal brake” (freno vagale)?

Il “freno vagale” (vagal brake) è la capacità del nervo vago ventrale di modulare la risposta del sistema nervoso simpatico, rallentandone l’attivazione, e di regolare dinamicamente la frequenza cardiaca. Un freno vagale efficiente permette di tornare rapidamente a uno stato di regolazione dopo una sfida, supportando la resilienza. L’assenza di un freno vagale dinamico indica che le risorse sono state dirottate verso la difesa.

La teoria polivagale spiega anche altri disturbi oltre al PTSD?

Sì, la TPV è un modello applicabile a molti disturbi che implicano la disregolazione emotiva e fisiologica, poiché i sintomi sono visti come espressione di stati autonomici difensivi. Essa offre una rilettura possibile di ansia e ipervigilanza (risposta Simpatica), e la depressione può essere ripensata come una risposta dorso-vagale cronicizzata. Il modello è cruciale anche per comprendere i disturbi gastrointestinali funzionali (IBS) e la fibromialgia, che riflettono un’attività difensiva persistente.

Fonti

Attenzione!
Le informazioni qui riportate hanno carattere puramente divulgativo e orientativo, non sostituiscono la consulenza medica. Eventuali decisioni che dovessero essere prese dai lettori, sulla base dei dati e delle informazioni qui riportate sono assunte in piena autonomia decisionale.

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